Il precarico non indurisce la molla

C'è una frase che si sente dire in officina, nei gruppi, ai raduni. "Dai più precarico che la molla diventa più dura."
È sbagliata. E non è una sottigliezza da pignoli: è sbagliata in un modo che ti porta a fare la cosa opposta di quella che serve.
Cosa fa davvero il precarico
La molla ha la rigidità che ha. Si chiama K, è un dato costruttivo, e non cambia mai. Se è una 9,5 N/mm resta una 9,5 N/mm con la ghiera avvitata a fondo o svitata del tutto: per comprimerla di un millimetro serve sempre la stessa forza.
Quello che il precarico decide è da che punto della sua corsa la molla parte a lavorare. E quindi quanto la moto sta alta a riposo.

La sensazione di "più duro" che senti dopo aver avvitato la ghiera è reale, non te la immagini. Ma la causa è un'altra: hai alzato la moto, quindi in compressione arrivi più tardi nella zona in cui la molla è già molto schiacciata e spinge forte. Non hai cambiato la molla. Hai cambiato il punto di lavoro.
Perché è importante saperlo? Perché se la moto è troppo morbida per il tuo peso, aggiungere precarico non risolve. Sposta il problema più in là, e nel frattempo ti alza la moto. Serve una molla diversa, ed è tutto un altro discorso.
Cosa fare, in base a cosa senti
Il SAG dinamico è troppo alto, la moto sta bassa. Parte già affondata e le resta poca corsa per assorbire. Il primo dosso serio va a fondo corsa. Avvita la ghiera.
Il SAG dinamico è troppo basso, la moto sta alta. Non sfrutta la parte iniziale della corsa e resta legnosa sulle asperità piccole, quelle che ti stancano i polsi. Svita.
Il SAG è giusto ma affonda in frenata. Qui il precarico non c'entra niente. È idraulica, ed è il capitolo dopo.
L'ordine non è negoziabile
Prima il precarico. Poi l'idraulica. Sempre.
Il motivo è che i freni idraulici controllano la velocità con cui la sospensione si muove, non la posizione da cui parte. Se la moto è scomposta perché il SAG è sbagliato, chiudere la compressione la fa sembrare più composta, ma stai correggendo un errore con un altro errore, e il risultato è una moto che affonda meno e assorbe peggio, continuando a non avere corsa dove serve.
E poi c'è il conto da pagare dopo. Quando finalmente sistemi il precarico, ti ritrovi un'idraulica tarata per compensare un problema che non esiste più. Da rifare da capo.
Come si gira la ghiera senza pentirsene
Dietro, dipende dalla moto: ghiera dentata da girare con la chiave a uncino del kit di bordo, ghiera a vite, o pomello a mano sulle turistiche. Sulle elettroniche è una voce di menu.
Davanti, quando è regolabile, il registro sta in cima allo stelo, di solito con un esagono o una tacca graduata.
Il metodo che consiglio, in ordine:
Scrivi da dove parti, prima di toccare qualsiasi cosa. Quante tacche, quanti giri, contati dalla posizione di tutto avvitato. È l'unico modo per tornare indietro, e tornare indietro fa parte del processo: non è un fallimento, è metodo.
Muovi poco. Una tacca, mezzo giro. Non di più.
Rimisura dopo ogni modifica. Non stimare a occhio: quanti millimetri di SAG ti dà un giro di ghiera cambia da moto a moto e non è nemmeno lineare.
Controlla entrambe le estremità a fine lavoro. Alzi dietro, cambi il carico davanti anche senza toccarlo.
Se una ghiera è bloccata, fermati e basta. Forzare significa rigare la sede o rovinare il filetto.
Solo adesso: l'idraulica
Con il SAG a posto, ha finalmente senso lavorare sui registri.
Si lavora sempre contando dalla posizione di tutto chiuso: avviti con delicatezza fino a fine corsa senza forzare, poi sviti contando i click. Così hai un riferimento assoluto invece di un "dov'era prima" che non ricordi.
Ecco i sintomi più comuni e cosa raccontano.
- Rimbalza dopo un dosso, sembra saltellare. Estensione troppo aperta: torna su troppo in fretta. Chiudi di due click.
- Dopo una serie di dossi resta bassa, si impacchetta. Estensione troppo chiusa: non fa in tempo a tornare estesa prima del dosso successivo, e ogni buca la porta più giù. Apri di due.
- L'anteriore affonda troppo in frenata. Prima verifica il SAG. Se è a posto, chiudi la compressione.
- Secca e dura sulle asperità piccole. Compressione troppo chiusa. Apri di due.
- Il posteriore scalcia in accelerazione sullo sconnesso. Estensione posteriore troppo chiusa. Apri.
- Vaga e ondeggia nei curvoni veloci. Non è idraulica. Torna al SAG.
Il metodo sta in una riga: una modifica alla volta, due click per volta, sempre lo stesso pezzo di strada. Se ne cambi tre insieme non saprai mai quale ha funzionato, e alla terza prova sarai più lontano dal punto di partenza di quando hai cominciato.
Il tratto di prova
L'assetto non lo validi in garage. Ti serve un percorso di riferimento, sempre quello, di qualche chilometro, che contenga tre cose.
Asfalto ondulato a velocità costante, per sentire l'estensione: la moto deve seguire le onde senza rimbalzare né sedersi.
Curve raccordate a velocità media, per sentire precarico e trasferimento di carico: l'inserimento deve venire naturale, senza che la moto si allarghi o ti caschi dentro.
Un rettilineo sconnesso con una frenata, per sentire la compressione: l'anteriore deve affondare progressivo, senza arrivare a pacco.
Le sensazioni annotale appena fermo. Non la sera a casa: alle otto ti ricordi che "andava meglio" e non ti ricordi perché.
Poi cambi un parametro, rifai lo stesso identico tratto alla stessa andatura, e confronti. Se è peggiorato torni indietro e provi dall'altra parte. Tre o quattro passaggi bastano quasi sempre.
E qui una cosa da adulti: le prove si fanno a velocità legali, su strade aperte al traffico. Un assetto perfetto non compensa una prova fatta in condizioni in cui non avresti dovuto essere. Se vuoi cercare il limite, il posto è un circuito in una giornata di prove libere, e costa meno di quello che pensi. 
Quando smettere
Quando la moto fa quello che ti aspetti senza sorprenderti. Non c'è un traguardo oltre quello.
E comunque non è per sempre. Cambi gomme, monti le valigie, fai revisionare le sospensioni: la taratura va rifatta. È normale, ed è il motivo per cui conviene tenere traccia di ogni configurazione che provi invece di affidarsi alla memoria.
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